crisi, critica, criticità

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paesaggio e criticità

paesaggio e crisi

paesaggio e critica

Oggi vediamo un paesaggio che oscilla, ondeggia dentro una crisi profonda che ha assopito, addormentato tutte le possibili capacità di fare critica.

La crisi è uno stato di perturbazione dentro un flusso vitale, ma è anche una scelta, una decisione, una fase decisiva di una malattia (se vogliamo utilizzare una spiegazione della medicina).
La crisi dovrebbe essere uno stato transitorio; oltre c’è la malattia cronica.
“A Winston Churchill piaceva ripetere che l’ideogramma cinese per la parola «crisi» è composto da due caratteri che, separatamente, significano «pericolo» e «possibilità».” (J. Lanchester)
Pericolo e possibilità, due termini altrettanto affascinanti che mettono in stato di attenzione, in una condizione di tensione.
Un paesaggio in pericolo e un paesaggio della possibilità.
Ma anche un paesaggio della critica, del pensiero dell’interpretazione, dell’osservare e valutare quel processo nel quale la ragione umana prende coscienza dei propri limiti, come ci diceva Kant.
Per chi si occupa di ambiente “prendere coscienza dei propri limiti” è un fatto ben preciso, quasi una questione misurabile e quindi poco soggettiva.
Il limite nel paesaggio invece è sempre spostato, è sempre mosso, trasferito in tante situazioni, le più diverse, le più vicine e lontane al tempo stesso.

Quella che vi sto per raccontare, dopo questo preambolo, è una storia di limiti, di crisi, di pericolo e di possibilità.
Castrovillari, Castrum Villarum, “Fortezza delle ville”, è una piccola città della Calabria situata ai piedi del Monte Pollino.
Castrovillari ha una Civita, come del resto tutti i centri di questa Bella Italia, la parte storica della città, una trama di vicoli e stradine che si snodano sullo sperone calcareo dominato dal Castello Aragonese e dal Santuario della Madonna del Castello.
Nel centro storico c’è una piazzetta, uno di quei luoghi così familiari nei tessuti dei nostri paesi, così semplici, quasi domestici, che ognuno di noi si sente partecipe di questo spazio. Così lo sente suo, anche se non l’ha mai vissuto, proprio perché questi sono luoghi che vivono nel DNA di noi italiani.
La piazzetta di Castrovillari ha oggi bisogno di un “maquillage”; la città, nella sua espressione di governo comunale, ha deciso che questo spazio, che già ha avuto in un tempo non troppo lontano un intervento di riqualificazione, dicevo ha deciso di bandire un concorso di idee per l’acquisizione di proposte ideative finalizzate al miglioramento funzionale dell’area.

Ricordatevi queste due parole, “miglioramento funzionale”.

Ora prima di continuare nel fatto e nel ragionamento faccio uno stop e v’invito a prendere visione di queste due immagini e a indovinare quale dei due progetti ha vinto il Concorso. Indovinato?

soluzione A
progetto A
soluzione B
progetto B

(Il progetto A è lo stato di fatto, ciò che attualmente è la piazza oggi, mentre il progetto B è quello che ha vinto il concorso)

Questo concorso di idee, a procedura aperta, aveva nel suo bando l’obiettivo principale di superare il “precedente intervento di riqualificazione che, tuttavia, l’ha resa poco fruibile” (da bando).

Miglioramento funzionale e spazio esistente poco fruibile.

Credo di aver perso la capacità di guardare.

Dove sta la differenza in questi due progetti? Perdonatemi ma proprio non vedo la diversità se non che il progetto che ha vinto il concorso è una riduzione di quello che è stato realizzato tempo fa.Allora mi domando: perché fare un concorso se l’esito è quello di un progetto che poteva essere ideato, forse anche meglio, dall’Ufficio Tecnico del Comune?

È questa l’idea di spazio pubblico che passa attraverso un concorso oggi? Dove stanno le Idee?

progetto vincitore del concorso
progetto vincitore del concorso

È questo il miglioramento funzionale?

Mi piacerebbe anche sapere come si è arrivati a valutare il “soddisfacimento degli obiettivi estetico-funzionali” e soprattutto l’”innovazione e creatività della soluzione”, due criteri di valutazione del concorso stesso. Il quadro economico prevedeva il budget di 50.000 euro, una piccola spesa in realtà. Ma proprio per questo allora perché fare un concorso se non per ottenere altro, un’idea diversa, un “uovo di colombo” per questo spazio? Vorrei però ampliare il ragionamento spostando la questione da questo esito, al fatto che concorsi simili ed esiti simili, li abbiamo ormai da qualche anno in tutta Italia, da Nord a Sud.

Il concorso di idee non è, in questo paese, uno strumento per avere qualità nel nostro spazio pubblico, soprattutto in questo tipo di concorso. Difficilmente una gara nella provincia italiana porta sul tavolo un progetto innovativo di senso e di forma, di tecnologia e di funzionamento. Difficilmente.

E qual è il problema? Non penso che il panorama della progettazione in Italia sia così pessimo per ciò che riguarda lo spazio pubblico. Ormai abbiamo molti giovani professionisti che si sono formati proprio su questo tema e sono capaci di gestire progetti di questa entità con disinvoltura, attenzione e attitudine espressiva degno del panorama contemporaneo. A Nord come, e soprattutto, al Sud.

E allora il problema dove risiede?

Nel limite.

Intravedo una mancanza di acume da parte delle amministrazioni, una miopia diffusa sul non saper vedere, forse non voler vedere che quello che si va producendo sono spazi anonimi proprio per la loro incapacità “critica”, quella di saper valutare, leggere, capire. Un “paesaggiocritico” in negativo in sostanza, è ciò che stiamo producendo in questi ultimi anni dal basso, dai nostri comuni della Provincia Italiana, dai nostri piccoli centri storici, fino alle periferie e al cuore delle grandi città.

Ormai non invito più gli amministratori a prendere un aereo e andare a vedere cosa e come si fa altrove; lo fanno. Ma evidentemente non vedono, o non capiscono, o non vogliono capire.

È un dispiacere vedere un esito di questo genere, un dispiacere perché viene da dire ai giovani progettisti di fuggire, andarsene, rivolgere le loro idee e soprattutto le loro energie da altre parti.

Per contro, vedo la partecipazione come una forma di Resistenza proprio a questo stato di cose. Una bella resistenza alla quale guardo con speranza, sempre.

monica sgandurra

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